Una vita dedicata alla dignità degli esseri umani svantaggiati. Donne migranti, una sfida grandiosa, se pensate che parte dal continente africano. Laila, quarantadue anni, arriva da Mogadiscio e completa gli studi in Italia. Si fa per dire, completa, perché proprio con l’arrivo in Italia inizia la formazione, oserei dire itinerante, da cittadina del mondo. E qui sta il suo punto di forza: prima ancora di molte colleghe donne occidentali abituate ad avere l’istruzione facile e a portata di mano, Laila ha colto con lungimiranza nella formazione il trampolino di lancio per attenuare e forse superare le differenze, se non addirittura le difficoltà .
La formazione costante. Ecco allora la sua partecipazione a seminari e corsi per educatori interculturali in tutta Europa, il confronto alle conferenze mondiali e la poltrona (diciamo la sedia, dato il limitato riconoscimento dell’empowerment) nei consessi più importanti del nostro paese in materia di donne migranti e pari opportunità.

Laila è consapevole che conoscere le diverse sfaccettature del problema a 360° consente di formulare una diagnosi corretta e solo da quella possono muovere politiche e strumenti idonei a risolverlo. Di qui la complessità di gestire informazioni e fenomeni sempre in movimento. Questo si coglie negli occhi e nei gesti di Laila, la fretta gestita con razionalità e una rara capacità di analisi di correggere le distorsioni, le ingiustizie del mondo. Quelle stesse distorsioni e ingiustizie di cui ha fatto parte, che ha visto con i suoi occhi e sperimentato con il suo corpo. Che non può sopportare per le sue figlie e per nessuna donna che, prima di essere donna, nasce essere umano. Il suo obiettivo è rendere consapevoli le donne migranti che il punto di partenza è l’autonomia economica, dunque un mestiere, e quindi la conoscenza della lingua del paese ospitante; parallelamente al problema contingente di cibo, casa e sanità. Ma a questo risultato non si può giungere se l’ambiente circostante, cioè le persone che si muovono nel palazzo, nel quartiere, nella città, non comprendono i bisogni e le complicazioni di questo popolo di migranti.
E dunque per Laila il compito di pacifica convivenza passa attraverso la relazione binaria accoglienza-integrazione e coinvolgendo, in misura diversa, tutte le persone.
Ecco allora il suo impegno per la sensibilizzazione nelle scuole, l’informazione al personale sanitario, gli spazi appositi presso gli enti pubblici, e la mole di lavoro sembra non ridursi mai. Per fortuna Laila è giovane, energica e si circonda di persone capaci per aiutare le famiglie che arrivano in Italia a trovarsi uno spazio e contribuisce a diffondere il messaggio della tolleranza. Tolleranza nei confronti dell’ “altro”; no tolleranza nei confronti della violenza.
Ben consapevole che una parte del problema di essere donna non ha colore né lingua, e che attraverso una voce comune ci si spaventa meno di fronte alle difficoltà quotidiane.

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